Unaltrove indefinito (Del Moro 2007)

Unaltrove indefinito (Del Moro 2007)

…un altrove indefinito

Se rimane in noi qualcosa che è simile a un’impronta o a una pittura, come può la percezione di questa impronta essere memoria di qualche altra cosa e non soltanto di sé? (Aristotele)

Rimozione e nostalgia sono condizioni umane per eccellenza. E su questo meccanismo mentale molte sono state, negli ultimi venti anni circa, le strategie dell’arte, di quell’arte che allevia dalla vita senza alleviare dal vivere.
Analizzando ad esempio il concetto di memoria, molte ricerche estetiche hanno avuto il filo della memoria come tema conduttore: memoria – e non ricordo (molto più personale e intimo) – esercitata a volte per esorcizzare la profonda e tragica perdita di se stesso, ma anche memoria quale conservazione e preservazione di conoscenze ed esperienze passate.
Il processo di “preservazione” corre sotto la pelle dell’arte contemporanea e costituisce la base di un pensiero di ricerca per coloro che “preservano” per poter continuare, per coloro che, dalla nostalgia di un “sentimento”, vivono l’arte creando opere che hanno lo stile ed il sapore del diario e del diario hanno il potere di spalancare una dimensione di vuoto, del diario hanno la forza di attentare alla commedia dei rapporti tra le persone, del diario hanno la lucidità di rivelare l’impostura del quotidiano.
Annaluigia Boeretto, da oltre dieci anni, appunta frasi, segni o profumi alle pagine bianche del suo personalissimo diario: fatto di carte, di tele, di inchiostro, di sabbia, di vetro, di aria, ogni respiro della sua mente diventa racconto e testimonianza di un percorso di vita. Un percorso che parla di sé sfiorando il cammino di altre esistenze, rimuovendo la “fine” di ogni “cosa” nella stasi di un pensiero: e il suo lavoro diventano orme, tracce, impronte che sono avanzi e reliquie, ma soprattutto la testimonianza del presente al presente…Platone e Aristotele li avrebbero chiamati i momenti della conservazione di sensazioni e reminiscenze.
Dalla “conservazione”, che sia creata dalla vetroresina, o preservata dentro una busta, Annaluigia Boeretto racconta un cammino artistico che nasce dal segno iconico testuale, non risulta estraneo a certe formulazioni dell’informale e si appropria di abilità tecnica su inchiostri e resine, alimentando sensazioni e reminiscenze in un ricercato dualismo di presenza e assenza. La sua arte diventa, lontana dalla convenzionalità del riferimento lessicale o dall’arbitrarietà del segno, il luogo “sacro” del ricordo nel collettivo della memoria: dal conscio all’inconscio o come scriveva Filiberto Menna “l’arte è la marcia a delfino continua tra notte e giorno, fra sogno e veglia, fra convenzionalità e determinazione: cioè la logica della contraddizione..”.
E sulla logica della contraddizione si rigenera anche la logica della contrapposizione che opera la Boeretto quando “toglie” colore aggiungendo inchiostro, o ancora quando “incide” il suo codice segnico “disegnando” la sabbia…La sua memoria si chiama Rauscehenberg, Bob Indiana, Lichtenstein che partirono dall’alfabeto e dalla tipografia pubblicitaria per le loro invenzioni allora stupefacenti e piene di fascino; l’artista, da colta veneziana, segue lo stesso cammino partendo da“Bodoni e proponendo nella “materia” e nel colore, i vuoti e i pieni, i bianchi e i neri della sua personale “tipografia”: le minuscole eleganze bodoniane diventano giganti, o si rigenerano in forme sovrapposte come se la pagina fosse il mondo o semplicemente l’azzurro del mare che da bambina l’accompagna. Un mare che ritorna nel movimento della composizione cromatica, come il rumore sommesso dell’acqua quando invade la città o il profumo della terra bagnata che leggi nelle forme e nei “segni” di una inesistente topografia, ogni emozione assorbita dall’artista anima tutte le sue opere che si sostanziano nel “farsi” della memoria e nei frammenti del ricordo, dove l’immagine prende “forma”: dalle grandi carte, alle emozionanti installazioni, non vi è presenza umana ma l’inconscio rivela una presenza costante nel lascito delle sua impronta.
All’origine di tutto una grande sete di conoscenza e una profondità d’animo nel racconto di immagini emotivamente coinvolgenti: rappresentazioni oniriche come per “Peter Pan” o “Hermes”, sospensioni temporali come in “Messaggio ricevuto” o nel progetto “Mandala”, tracce di memorie come in “Biancaneve” o nel progetto “Piccola orchestra”, che legano il segno iconico al segno verbale del “messaggio”, tramutando l’ordine naturale in ordine simbolico.
E le contaminazioni esaltano sia la parola scritta che l’iconografia raffinata: ecco il “libro-oggetto”, il libro opera d’arte di antica memoria che rimette in campo tutte le emozioni, che richiama alla mente, riformula e nuovamente “suggerisce” interpretazioni “altre”. Libri che sono per la Boeretto luogo denso di meditazione, dove viene restaurata la fantasia desueta della coscienza più profonda che dà senso e ricollega simbolicamente ogni emozione. Ci sono “libri” nei quali l’artista rende giustizia alla poesia muovendo la pagina bianca (indifferente per natura alla dimensione spaziale della poesia), cambiando la sua materia, impastandola e colorandola fino a farla coinvolgere con la lirica di un testo accennato o esagerato, dove anche i diversi “frammenti” non compongono l’unità della visione, bensì la “comprendono” sorvolando l’accenno storico e calligrafico perché nella sua arte “potente” e “misteriosa”, dove la forza pare uscita da codici miniati, il suo atto creativo è l’atto del “miniatore”: che s’imbatte, però, nella tangente della memoria
Così possiamo procedere nel “presente” attraverso strumenti artistici che trasversalmente toccano altre terre ed altri tempi, per andare al di là del significato del visibile e del quotidiano, per cercare di attingere al “senso” più vero delle cose e degli accadimenti.

Daniela Del Moro

 

Estratto dal testo“Un altrove indefinito ”, Atmosphere, catalogo 2007

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